GINO MONTESANTO

Giornata di studio

24 maggio 2003

"Mi capita spesso di sentire l’inutilità dello scrivere, ma poi mi accorgo che nonostante dubbi e incertezze non so fare altro di meglio. Scrivere diventa una necessità segreta, o un vizio a cui non so sottrarmi, un modo per esprimermi di cui non voglio privarmi"

Gino Montesanto

Si è tenuta il 24 maggio 2003, nella Sala del Consiglio Comunale di Cesenatico, la giornata di studio dedicata a Gino Montesanto. L’iniziativa, nell’occasione dell’uscita dell’ultimo romanzo Sottovento (2002) e della monografia Oltre il neorealismo. Guida all’opera di Gino Montesanto curata da Giuseppe Zamarin (Interlinea, 2003), ha inteso anche festeggiare gli ottant’anni dello scrittore.

Alla presenza di Gino Montesanto, si sono alternati gli interventi di Giuseppe Zamarin (Gino Montesanto: la parola che cerca), Marco Sangiorgi (L’urto delle passioni in Cielo chiuso), Giorgio Pullini (Il figlio: due generazioni alla ricerca di se stesse), Raffaele Nigro (Un progetto etico: La cupola e Così non sia), e Piero Meldini (Sottovento: un romanzo di caratteri). I lavori sono stati introdotti e coordinati da Renzo Cremante.

 

 

Gino Montesanto: un progetto narrativo nato a Cesenatico

Gino Montesanto, veneto di nascita (1922), e romano di adozione, ma romagnolo "di formazione", è un severo, elegiaco e lacerato narratore di "moralità manzoniana". Carlo Bo affermava che nei suoi libri c’è assenza totale di demagogia e di sussiego sociologico: "più che da un impegno ideologico, lo scrittore è mosso da un sommesso bisogno testimoniale".

In tempi in cui gli scrittori si impegnano in una ricerca continua e angosciata di idee, trame e originalità che li possano distinguere – allontanandosi tuttavia lungo percorsi poveri di significati autentici - Gino Montesanto ha scelto la via più difficile: raccontare la normalità, comuni storie di vita che diventano però modelli di comportamento da rivisitare e su cui meditare. C’è una solidità di scrittore, in Gino Montesanto, che non ha mai tradito; da sempre le sue opere hanno il pregio di essere tutte anelli convincenti di una catena che lo lega saldamente ai vertici della letteratura nazionale. Fin dalle prime prove egli supera le tematiche del neorealismo, pur non rinunciando ai suggerimenti e agli strumenti di quel movimento.

"Gino Montesanto si è sempre avvalso della narrativa per partecipare a un progetto di ricostruzione sociale, per ripensare un modello di vita fondato su valori evangelici. Cominciò, dietro la scuola e l’amicizia di Marino Moretti, con Sta in noi la giustizia (1952), Cielo chiuso (1956), La cupola (1966) e ha proseguito nella costruzione del suo sistema con Il figlio (1975), Le impronte (1980), Così non sia (1985), Re di sabbia (1991). Romanzi ambientati per lo più tra Roma, patria di elezione e la Romagna, luogo di origine. Romanzi duri come pietre, costruiti sulla falsariga de L’idiota e I demoni di Dostojevskij, con un edificio teatrale imperniato intorno a una personalità negativa che si fa esemplarità sulfurea e da condannare Ci sono narratori che ogni anno sentono il bisogno di aggredire il pubblico dei lettori con nuovi titoli, con pretesti narrativi la cui sola finalità è il successo. Sempre più rari invece coloro che scrivono per una necessità profonda e che nella scrittura vedono ancora un bisogno etico, un mezzo per costruire quella scala di valori distrutta dal consumismo e da una modernità senza cervello, senza regole e senza morale.

Montesanto non è mai stato tenero con la Chiesa né col potere politico dominante. La sua fede parte dalla chiesa dei Padri, dallo slancio del cuore. Nel mondo Cristo ha lasciato delle impronte in una umanità dolente, recita un suo romanzo e noi dobbiamo cercarle. Tra gli handicappati, tra i poveri, tra gli infelici.

In Sottovento, il suo ultimo romanzo che pubblica dopo dieci anni di silenzio narrativo, agisce un uomo della provincia romagnola, Guidobaldo Ercolani, che se sfugge al conformismo borghese attraverso impulsi emotivi e stranezze comportamentali, per altri aspetti ha scelte di vita abbastanza comuni agli uomini del nostro tempo. Un tempo privo di grandi finalità e di progetti. La storia di Baldo diventa ancora una volta una esemplarità edificante in senso negativo, un così non sia applicato questa volta alla società laica. Perché il teorema che Montesanto intende svolgere è: per quale ragione nella nostra società i giovani si rifugiano nella droga e gli adulti cadono in depressione e rinunciano a vivere? E la risposta sembra stare in questi termini: Perché non c’è un fuoco che ci incendi, non un qualche legame a un Fondamento capace di trascendere la nostra cieca quotidianità e i grandi sentimenti sono tutti tramontati.

Il teorema diventa romanzo accattivante, metafora complessa e variegata. Diventa insomma parabola per i nostri tempi di indifferenza, di vuoto etico, di asfissia dell’amore, di assenza di Dio"
(Raffaele Nigro).